Decine di migliaia di persone, prima sedute e poi in piedi, che si muovono e cantano insieme come in una gigantesca coreografia. Le immagini in arrivo da Pyeongtaek, qualche decina di chilometri a sud di Seul, non sono usuali per la Corea del sud. Soprattutto, non sono usuali nel gigantesco stabilimento industriale di Samsung Electronics, l’azienda fiore all’occhiello dell’innovazione sudcoreana. Eppure, circa 40 mila manifestanti hanno “invaso” pacificamente il complesso, nella protesta più grande di sempre nella storia del gigante tecnologico.ù
Samsung non ha mai tollerato le unioni sindacali, caratteristica assai diffusa tra i grandi chaebol, i colossi a guida familiare con una presa tentacolare sui gangli del potere sudcoreano, sia economico che politico. Ma, negli ultimi anni, la Samsung Electronics Labour Union ha visto aumentare in modo esponenziale i suoi iscritti, arrivando a superare quota 90 mila e rappresentando il 70% della forza lavoro sudcoreana del gruppo. Un processo favorito dalla crescente insoddisfazione sulla mancata condivisione dei benefici per i profitti del boom dell’intelligenza artificiale, traino dell’azienda e dell’economia del paese, cresciuta dell’1,7% nel primo trimestre del 2026 proprio grazie all’export di chip per l’IA. I lavoratori vedono profitti record e contemporaneamente percepiscono salari stagnanti, con una crescente distanza tra la retorica del successo aziendale e la loro realtà quotidiana.
Le richieste sindacali sono precise: aumento salariale del 7%, destinazione del 15% dell’utile operativo ai bonus di performance e abolizione del tetto massimo ai bonus, oggi fissato al 50% dello stipendio base annuo. La dirigenza ha risposto offrendo il 10% dell’utile operativo e fondi aggiuntivi per garantire compensi migliori nel 2026, ma il sindacato considera questa proposta insufficiente. Il management difende il controllo centralizzato della redistribuzione, i lavoratori rivendicano una compartecipazione strutturale ai profitti.
Ad aumentare la frustrazione il confronto con SK Hynix. La grande rivale di Samsung nel settore dei chip ha scelto una politica retributiva molto più aggressiva, accettando di eliminare il tetto ai bonus, garantendo compensi più elevati e riformando il sistema di incentivazione.
In una cultura aziendale iper-gerarchica come quella di Samsung, questo gesto ha un significato enorme. Si va oltre la semplice contestazione, è la rottura pubblica del principio di deferenza verso il vertice aziendale. In assenza di un accordo, il sindacato ha minacciato uno sciopero di 18 giorni a partire dal 21 maggio. Qualora si andasse in fondo, l’impatto sul comparto produttivo dei chip potrebbe non essere banale.
La protesta operaia in Corea del sud è stata uno dei motori fondamentali della democratizzazione. Il movimento sindacale nasce e si sviluppa dentro una storia di industrializzazione autoritaria, in cui la crescita economica rapidissima del dopoguerra fu costruita spesso attraverso disciplina forzata, repressione politica e compressione dei diritti. Le grandi ondate di scioperi degli anni Ottanta, soprattutto dopo la rivolta democratica del 1987, hanno cambiato radicalmente il panorama politico nazionale. Molti grandi gruppi hanno progressivamente accettato una presenza sindacale, ma Samsung è rimasta uno dei bastioni dell’antisindacalismo industriale.
Non a caso, la storia dice che i vertici aziendali non dialogano con i gruppi organizzati di lavoratori. Nemmeno nel 2014, quando Samsung è stata denunciata per una serie di suicidi di dipendenti emarginati o vessati per la loro iscrizione al sindacato coreano dei metalmeccanici.
Ora, però, la pressione si sta facendo più forte. La crescita del sindacato interno è sia quantitativa che qualitativa. Non è più una presenza marginale tollerata a fatica, sta diventando un soggetto politico e sociale in grado di mettere sul tavolo la possibilità di 18 giorni di sciopero, con potenziali effetti globali sulla catena di approvvigionamento dei chip.
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