(Fonte) Lucia Valente – 17 giugno 2025
Una sentenza della Corte di giustizia Ue (n. 203/2025) delinea i limiti dell’uso dell’intelligenza artificiale in ambito lavorativo. Per esempio, quali sono i vincoli alla prassi di attribuire punteggi ai lavoratori delle piattaforme basati sui giudizi dei clienti.
Con l’espressione “social scoring” si intende la pratica di attribuire punteggi o valutazioni alle persone in base a dati personali o al loro comportamento sociale, una prassi espressamente vietata dal nuovo AI Act europeo (art. 5.1, lett. c, reg. 2024/1689) quando essa può portare a trattamenti dannosi o discriminatori in contesti non pertinenti oppure in modo sproporzionato rispetto alla gravità del comportamento valutato. In particolare, sono vietati:
- i sistemi che conducono a trattamenti sfavorevoli basati su dati raccolti da contesti scollegati e irrilevanti (es. origine etnica, accesso a internet, attività sui social);
-
i sistemi che portano a trattamenti eccessivi rispetto ai rischi reali, ad esempio profilazioni di rischio familiare fondate su condizioni come salute mentale o disoccupazione.
I due criteri sono alternativi, ma possono coesistere. L’applicazione della norma richiede sempre una valutazione caso per caso, poiché non esiste una classificazione univoca dei comportamenti “socialmente pericolosi” su cui basarsi.
Il punteggio sociale assegnato per mezzo di sistemi di IA è di regola vietato perché può determinare a priori un trattamento pregiudizievole o sfavorevole di singole persone o di interi gruppi, che può risultare in concreto ingiustificato o sproporzionato rispetto al loro comportamento sociale.
Recenti linee guida (non vincolanti) della Commissione forniscono spiegazioni in proposito ed esempi pratici per chiarire quali pratiche basate sull’intelligenza artificiale sono vietate.
Tuttavia, la distinzione tra pratiche legittime e pratiche vietate resta molto incerta.
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, in una recente sentenza, ha chiarito che, in base al GDPR (art. 15), le persone sottoposte a decisioni automatizzate – come la valutazione della solvibilità tramite algoritmi – hanno diritto a una spiegazione chiara e trasparente del processo. Nel caso specifico, un operatore telefonico aveva negato un contratto a una cliente sulla base di una profilazione automatizzata. La Corte ha stabilito che tale decisione non è legittima se non viene spiegato come sono stati raccolti e trattati i dati personali e su quali basi l’algoritmo ha valutato la situazione. Il diritto alla spiegazione, secondo il GDPR, richiede informazioni pertinenti, concise, comprensibili e facilmente accessibili.
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