(Fonte) Luca Malgioglio – 22 luglio 2025
La presunta “personalizzazione” degli apprendimenti degli studenti, oggi – secondo un incredibile paradosso – dovrebbe realizzarsi grazie all’Intelligenza artificiale. Con tale assunto si trasferisce sul piano educativo una logica commerciale: la personalizzazione non è pensata come attenzione alla singolarità dello studente, come rielaborazione personale delle conoscenze su cui lavora insieme agli altri in classe, ma ricalca il modello degli algoritmi pubblicitari per la profilazione dell’utente.
Nell’ambito dell’istruzione, l’IA propone allo studente ciò che presume possa interessargli, riducendo l’apprendimento ad una forma di consumo targettizzato. In tal modo, l’unica personalizzazione possibile non è quella degli apprendimenti, ma quella degli insegnamenti, proponendo contenuti già all’origine tarati su molte presunte propensioni e interessi dello studente/cliente.
In realtà, l’apprendimento e la conoscenza si basano sulla scoperta. L’istruzione dovrebbe dare modo agli studenti di capire con il tempo quali sono i loro veri interessi, dando una formazione culturale il più possibile ampia, contrariamente alla logica dell’ “orientamento” che cerca di indirizzare sempre più precocemente bambini e adolescenti su percorsi predeterminati sulla base di presunte attitudini.
L’apprendimento, sostiene il filosofo Gert Biesta, è sempre parte di una relazione.
Tale relazione non può crearsi con l’intelligenza artificiale, che semmai può funzionare come motore di ricerca potenziato, in grado cioè di dare risposte ottimizzate in virtù del numero enorme di testi su cui si basa e di simulare il linguaggio umano su criteri probabilistici.
La risposta che può dare l’intelligenza artificiale dipende dalla richiesta -dal prompt- che gli viene rivolta, il che presuppone che gli studenti dovrebbero essere già in grado di conoscere ciò su cui chiedono informazioni. Chi è sprovvisto di una vera formazione culturale subisce passivamente le risposte dell’IA, tanto più se tali risposte sono fornite da una macchina che viene fatta passare, agli occhi degli studenti, come “infallibile”.
Il modello proposto, nozionistico, è quello della “bolla social”, che conferma gli utenti nelle loro convinzioni e nei loro pregiudizi.
Concludendo, una riflessione di Stefano Borroni Barale: «Per controllare tale sistema [la società cibernetica, composta dagli esseri umani e dalle macchine di cui fanno uso] il modo più semplice è diminuire i gradi di libertà degli agenti autonomi (noi) a favore degli automi (le Ai o, più in generale, tutti i software). Alle estreme conseguenze, il controllo totale su una società cibernetica si ottiene riducendo gli esseri umani ad automi e attribuendo, almeno nella narrazione, proprietà umane agli automi».
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