Informiamo lavoratrici e lavoratori che nel maxiemendamento al decreto sviluppo approvato oggi in Parlamento è stata inserita, fra l’altro, una norma che abolisce il limite dei 200.000 € agli affidamenti diretti dal 1/1/2014 per le società in house. In questo modo si risolve una delle principali problematiche interpretative dell’articolo 4. Cioè a dire o alla società in house viene applicato il comma 1 (vendita o liquidazione) oppure il rapporto con la proprietà rimane invariato anzi non ha limiti tanto che, come riportiamo di seguito, un articolo del Sole24Ore si lamenta della “fine” della “riforma” delle in house.

Un importante passo avanti (se confermato dalla lettura del testo di legge) nella lotta che continua contro l’articolo 4 della spending review.

Un motivo in più da aggiungere alla determinazione nella lotta contro chi disdice i nostri accordi sindacali!!

 

Buon fine settimana

La RSU

 

Servizi in house, addio a una riforma

La legislatura si era aperta nel segno delle liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, con il tentativo per certi versi generoso di stralciare la rete dei rapporti fra enti locali e società in house che gestiscono attività di grande impatto economico con logiche spesso diverse da quelle del mercato.

Assume anche un valore simbolico, quindi, il fatto che mentre i venti burrascosi delle urne in arrivo soffiano sul Parlamento, cada definitivamente l’ultimo vincolo forte all’in house, che dal 2014 avrebbe impedito gli affidamenti diretti quando il valore del servizio supera i 200mila euro annui.

Il tetto era appena stato riscritto dal Governo nel decreto legge di luglio sulla revisione di spesa, ma sarebbe stato a forte rischio di ricorsi regionali perché riproduceva una norma analoga prevista dalla manovra-bis del luglio 2011, ma cancellata dalla Consulta per effetto sui referendum sull’«acqua pubblica». Già, perché il generoso sforzo iniziale è stato subito bersagliato dagli ostacoli: la melina all’interno della vecchia maggioranza, soprattutto da parte della Lega, ha impantanato i decreti attuativi e infilato le prime proroghe, poi i referendum intitolati all’acqua pubblica ma in realtà rivolti a tutti i servizi locali hanno cancellato tutto l’impianto liberalizzatore, costringendo la Corte costituzionale a fermare le norme successive troppo uguali a quelle appena abrogate a colpi di «sì». Il risultato finale è quello di troppe riforme italiane: anni di scontri e incertezze normative, vere nemiche dell’attività d’impresa, lo slancio liberalizzatore è stato cancellato del tutto, e le in house potranno avere vita ancora più facile rispetto a quando i tentativi di limitarle sono stati avviati.

Il sole24ore

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