(Fonte) Giuditta Mosca – 2 Aprile 2025

Il timore che le intelligenze artificiali (AI) possano sostituire i lavoratori è al centro di un dibattito acceso. Un dibattito che però trascura l’impatto di queste tecnologie sulla qualità delle condizioni di lavoro esattamente come in passato è avvenuto per varie forme di automazione industriale.

Secondo Resnikoff, l’automazione porta con sé un paradosso: presentata come una spinta verso una società migliore, in realtà ha contribuito ad aumentare, accelerandolo, lo sfruttamento del lavoro. Un argomento che appare molto attuale in relazione all’odierno dibattito sull’impatto dell’AI. In poche parole, si parla molto di come l’AI renderà le imprese più produttive o competitive, o di come le macchine sostituiranno dei lavoratori o faranno lavori noiosi al posto nostro, e si parla molto poco di come invece questa nuova ondata tecnologica potrebbe ampliare lo sfruttamento del lavoro (umano).

Per Resnikoff, sono la globalizzazione e la sovrapproduzione a causare le maggiori perdite di posti di lavoro e non l’automazione in sé, alla quale però riconosce il demerito di creare “una razza di schiavi costituzionalmente incapaci di ribellione”. Tutto ciò malgrado nei decenni passati molti analisti dell’automazione fossero ottimisti e credessero in un mondo utopico in cui si sarebbe lavorato meno a parità di stipendio, nota il professore, ovvero qualcosa di simile a ciò che si ipotizza oggi parlando delle AI e della robotica.

“L’automazione è stata soprattutto una narrativa secondo cui il progresso tecnologico porta inevitabilmente a una diminuzione del lavoro umano. Questa idea ha avvantaggiato le grandi aziende, che hanno sfruttato l’utopismo tecnologico e l’ottimismo per sostenere che il lavoro umano non contribuisce (o presto non contribuirà più) al processo produttivo”.

(l’automazione) “È tanto una copertura retorica per il degrado del lavoro quanto un processo materiale. Ciò che viene chiamato ‘automazione’ si potrebbe definire ‘outsourcing’, che peggiora le condizioni dei lavoratori locali obbligandoli a competere con manodopera a basso costo. Dall’inizio della rivoluzione industriale, i datori di lavoro hanno utilizzato macchine per frammentare lavori qualificati, assumendo manodopera meno costosa e aumentando i ritmi di lavoro. Nel dopoguerra, il termine ‘automazione’ ha camuffato questo fenomeno come risultato naturale del progresso tecnologico, nascondendo il vero intento di controllo del processo lavorativo e compressione dei salari”.

“La maggior parte delle aziende non si impegna esclusivamente in automazione o diminuzione costo del lavoro umano. Generalmente, le aziende di successo puntano a ottenere profitti. Se una macchina aiuta a raggiungere questo obiettivo, utilizzeranno una macchina; se invece è il lavoro umano a essere più vantaggioso, opteranno per quello. In genere, combinano macchine e lavoro umano per ottenere il massimo vantaggio. Le macchine possono essere molto costose e rappresentano costi fissi, ma possono eseguire alcune fasi del lavoro rapidamente o contribuire a rendere più economico il lavoro umano. Le persone possono essere licenziate, ma possono anche essere più difficili da controllare e potrebbero organizzarsi in sindacati. La combinazione tra macchine e lavoro umano varia costantemente. Storicamente, i datori di lavoro hanno usato le macchine per rendere il lavoro umano più economico, ma quel lavoro umano a basso costo è rimasto (e generalmente rimane) essenziale per il processo produttivo.”

“Il concetto di progresso è, naturalmente, oggetto di dibattito. La vera domanda è: in una società ideale, le persone lavoreranno? E se sì, che tipo di lavoro faranno? Per quale compenso? Per quante ore alla settimana? E sotto la supervisione di chi, se ce ne sarà una? Il problema non sono le macchine, ma le strutture gerarchiche (o, come alcuni potrebbero sostenere, il capitalismo). Una società veramente democratica utilizzerebbe le macchine in modo diverso rispetto a una fortemente gerarchica. In quel contesto, le macchine potrebbero offrire molti più benefici ai lavoratori rispetto alla nostra società attuale. Il problema non risiede quindi nelle macchine in sé, ma nell’alienazione delle persone comuni dalle macchine stesse”.

“Se un nuovo software aggiunge lavoro a un compito, innanzitutto un lavoratore dovrebbe avere il diritto di rifiutare quel lavoro extra e, almeno, dovrebbe ricevere una compensazione aggiuntiva per il compito svolto. Se un datore di lavoro vuole abolire tecnologicamente un lavoro completamente, dovrebbe dover pagare il lavoratore per il lavoro che ha ora distrutto. Ma soprattutto, per sostenere una transizione ordinata bisognerebbe dare ai lavoratori il controllo sui mezzi di produzione. Il controllo dei lavoratori è la risposta più fondamentale a questa questione.”

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