(Fonte) Angelica Migliorisi – 18 giugno 2025
Non è un’esagerazione, né una minaccia: è un avviso formale. Amazon ha annunciato che nei prossimi anni ridurrà significativamente la propria forza lavoro, grazie all’efficienza dell’intelligenza artificiale. Il CEO Andy Jassy ha dichiarato apertamente che l’IA non sarà solo un supporto, ma un fattore di sostituzione. Per chi lavora in ambito impiegatizio — analisi dati, assistenza clienti, vendite, comunicazione — il messaggio è chiaro: alcune di queste mansioni verranno svolte da agenti conversazionali, e in parte già lo sono.
Nella comunicazione interna del 17 giugno, Jassy ha ribadito che i tagli saranno possibili grazie ai “guadagni di efficienza” ottenuti con l’uso intensivo dell’IA. Si tratta di una svolta esplicita: finora i grandi nomi del tech avevano evitato di legare pubblicamente automazione e licenziamenti. Ma con oltre 27.000 tagli dal 2022 e altri 300 solo nei primi mesi del 2025, Amazon ha ormai intrapreso questa strada, che con ogni probabilità continuerà.
A motivare questo cambio di passo sono gli agenti intelligenti, sistemi basati su IA generativa che non si limitano a produrre testi o risposte, ma comprendono istruzioni in linguaggio naturale e agiscono in modo autonomo. Amazon ne utilizza già più di mille, in attività che spaziano dalla logistica alla generazione di codice, dalla sintesi dati all’assistenza clienti.
Secondo Jassy, siamo solo all’inizio: “Non si parla di centinaia, ma di miliardi di agenti intelligenti, in ogni settore e in ogni azienda”. Un futuro in cui l’automazione diventa la norma, non l’eccezione.
Le reazioni tra i dipendenti non si sono fatte attendere. I canali interni si sono riempiti di messaggi preoccupati, segnati da incertezza e rabbia. Molti contestano l’uso dell’IA per ridurre i costi invece che per migliorare il lavoro. Si teme che l’efficienza stia diventando il principio guida, anche a scapito dell’innovazione, e si denuncia l’asimmetria del processo: i tagli colpiscono i livelli operativi, mentre il management rimane intatto o addirittura si espande.
Ma Amazon non è sola. In tutto il settore tecnologico si assiste a un cambiamento strutturale: Shopify impone di usare l’IA prima di chiedere nuove assunzioni, Klarna ha ridotto del 40% il personale, Microsoft ha licenziato centinaia di ingegneri, Meta e Google stanno riorganizzando interi team, sostituendo lavoratori con modelli linguistici avanzati.
La maschera dell’“automazione come supporto” è caduta. L’IA è ora apertamente riconosciuta come leva per tagliare personale e riorganizzare il lavoro. E questo solleva interrogativi profondi sul futuro dell’occupazione, sul potere decisionale dei vertici aziendali e sul ruolo dell’innovazione in un’economia sempre più governata da logiche algoritmiche.
Non tutti i lavori spariranno, ma tutti cambieranno
Andy Jassy, CEO di Amazon, ha sottolineato che l’intelligenza artificiale non eliminerà tutti i posti di lavoro, ma cambierà profondamente la natura delle mansioni. Alcuni ruoli spariranno, ma ne nasceranno di nuovi: esperti di prompt, formatori di modelli linguistici, analisti di bias, ingegneri dell’automazione e supervisori etici. Tuttavia, non tutti riusciranno a riconvertirsi in tempo, soprattutto chi è in ritardo sul fronte delle competenze digitali.
Per questo, Jassy invita i dipendenti a formarsi, sperimentare, partecipare a workshop e diventare “curiosi dell’IA”. Ma la questione non si esaurisce nella formazione individuale: si tratta di una trasformazione che coinvolge l’intera società.
Organismi internazionali come OCSE e FMI avvertono che la sfida è enorme. Circa il 60% dei lavori nei Paesi sviluppati è potenzialmente automatizzabile, e il rischio non è solo la disoccupazione, ma anche l’aumento delle disuguaglianze. Chi ha competenze digitali sarà premiato; chi ne è privo, rischia l’esclusione. Senza politiche pubbliche adeguate, la transizione all’IA potrebbe trasformarsi in uno shock sociale di vasta portata.
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