(Fonte) – 9 luglio 2025

L’intelligenza artificiale non è una forza neutra o inevitabile, ma un sistema costruito da esseri umani con obiettivi specifici, all’interno di contesti tecnici, economici e sociali. Funziona elaborando grandi quantità di dati per automatizzare decisioni e previsioni, spesso semplificando la complessità della realtà. Per comprenderne realmente l’impatto, è necessario interrogare le scelte che ne guidano la progettazione, valutandone i costi ecologici, sociali e politici.

L’intelligenza artificiale si fonda su un’infrastruttura materiale globale, alimentata da risorse estratte dalla Terra. Il suo funzionamento dipende da catene di approvvigionamento segnate da sfruttamento, disuguaglianze e gravi impatti ambientali, soprattutto nei Paesi del Sud globale. Le comunità locali, spesso escluse dai benefici economici, subiscono invece le conseguenze in termini di inquinamento, deforestazione e conflitti. La transizione digitale, lungi dall’essere neutra, riproduce e intensifica disuguaglianze strutturali, spostando i costi su chi è già più esposto e vulnerabile.

La produzione di semiconduttori, cruciale per l’industria dell’IA, è altamente complessa, energivora e inquinante, con un impatto crescente sul consumo idrico globale. Dopo la fabbricazione, i microchip vengono assemblati in stabilimenti asiatici dove le condizioni di lavoro sono spesso precarie e sfruttanti. L’intera filiera, sostenuta da una logistica globale, consuma enormi risorse e contribuisce alla devastazione ambientale. Questo modello riflette una logica capitalistica che privilegia il profitto immediato, ignorando sistematicamente i costi umani ed ecologici.

L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale, come i LLM, richiede l’elaborazione di enormi quantità di dati raccolti spesso senza consenso. Questa operazione implica un uso massiccio di energia e risorse idriche: i data center impiegano potenti GPU che consumano elettricità pari a quella di intere città e miliardi di litri d’acqua per il raffreddamento. Le emissioni di CO₂ possono superare le 284 tonnellate per un singolo modello.

L’intelligenza artificiale si regge sul lavoro umano invisibile e sottopagato, spesso svolto in condizioni precarie nei paesi del Sud globale. I modelli non apprendono in modo neutro, ma riproducono disuguaglianze e pregiudizi insiti nei dati. L’IA automatizza e standardizza il lavoro, svuotandolo di contenuto umano e soggettività, trasformando il lavoratore in un esecutore silenzioso sotto sorveglianza algoritmica.
L’intelligenza artificiale emerge come la forma compiuta in cui il capitale mercifica e sussume il lavoro umano: essa esiste solo grazie ad esso, ma allo stesso tempo lo trasforma radicalmente, lo sorveglia e ne riduce il valore. Lungi dal “liberare” il lavoratore da compiti ripetitivi, riduce le mansioni a funzioni meccaniche e standardizzabili, svuotate di contenuto umano e soggettività.  Il lavoro cognitivo viene progressivamente trasferito al sistema informatico: non è più l’operaio, il rider o l’operatrice di call center a gestire la propria attività: è la macchina che detta ogni passaggio, riducendo il lavoratore a un esecutore silenzioso. Con il tempo, l’intelletto stesso si atrofizza, in quello che alcuni studiosi definiscono “regresso cognitivo”: è una   forma di sottomissione cognitiva al capitale, mascherata da progresso.
Quando gli strumenti tecnologici, invece di elevare la nostra consapevolezza, ci soppiantano nel processo di riflessione, il potere del capitale si amplifica a discapito di quello umano.

Nel campo educativo, l’intelligenza artificiale viene presentata come strumento per personalizzare l’apprendimento, ma in realtà tende a standardizzarlo, riducendo la libertà di pensiero critico e la costruzione autonoma del sapere. Tecnologie come il tutoring automatizzato o la valutazione predittiva guidano gli studenti verso risposte predefinite. Piattaforme come Khan Academy, con assistenti AI, incanalano l’apprendimento entro percorsi ottimizzati, rendendo la formazione una sorta di addestramento alla conformità, scoraggiando la formazione di un pensiero autonomo.

In molti contesti – dalle scuole ai tribunali, dalle città alle frontiere – l’IA viene impiegata per sorvegliare, classificare e punire, rafforzando il potere di chi comanda: tecnologie come il riconoscimento facciale o gli algoritmi predittivi riproducono e amplificano gerarchie razziali e disuguaglianze sociali, codificando i pregiudizi presenti nei dati su cui si basano. Così, la discriminazione viene automatizzata e resa apparentemente neutra, contribuendo a un sistema di governo algoritmico che esercita il controllo in modo invisibile ma sistematico.

Il carburante nascosto dell’IA sono i nostri dati: come osserva Shoshana Zuboff, ogni aspetto della vita diventa materia prima da calcolare e monetizzare. Le persone diventano oggetti di sorveglianza e profitto, mentre i costi—perdita di privacy, libertà e autonomia—ricadono sulla collettività, minando i fondamenti della democrazia.

L’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente la guerra, delegando decisioni letali a sistemi automatizzati come le armi autonome (LAWS), che operano attraverso algoritmi opachi e inaccessibili. Questo processo dissolve la responsabilità umana, favorendo una logica di automazione della violenza al servizio degli interessi geopolitici delle potenze dominanti. Il caso del sistema “Lavender” nel conflitto a Gaza ne è un esempio emblematico.
La corsa all’IA militare – guidata da attori come la NATO e aziende private, ad esempio Palantir – rafforza un nuovo complesso industriale-militare-digitale, accelerando i processi decisionali con lo sviluppo di un  Multi-Domain Sensing System (MSS). L’IA diventa così strumento di egemonia globale e riproduzione di disuguaglianze.

In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sembra espandersi in ogni sfera della vita – dal lavoro all’istruzione, dalla guerra alla salute – è urgente rompere l’incantesimo ideologico che la circonda. L’IA non è sostenibile per definizione, in quanto prodotto diretto delle logiche del capitale: energivora, estrattiva, centralizzata, diseguale, che riproduce — e spesso amplifica — le stesse gerarchie di razza, genere e classe che strutturano il capitalismo globale.
L’intelligenza artificiale, in definitiva, non è un destino. È una scelta. E come ogni scelta, può essere contestata, decostruita, trasformata da una nuova coscienza collettiva che riconosca in questa tecnologia non solo un insieme di strumenti, ma un campo di lotta.

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