(Fonte) Gianluca Riccio – 5 Luglio 2025

I dati del 2025 sono spietati. Secondo il tracker indipendente Layoffs.fyi, che monitora i licenziamenti nel settore tecnologico globale, siamo già a quota 94.000 posti eliminati in soli sei mesi. Ma non è solo questo: sono numeri che rappresentano solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che sta ridisegnando il mercato del lavoro su scala planetaria.

La classifica dei “grandi licenziatori” vede in testa le stesse aziende che guidano la corsa all’intelligenza artificiale. Microsoft ha tagliato oltre 15.000 posizioni mentre investiva 80 miliardi di dollari nello sviluppo dell’IA. Amazon ha eliminato 16.000 posti, Google 12.000, Meta 10.000. Non sono numeri casuali: rappresentano una strategia precisa di sostituzione tecnologica del lavoro umano.

Il caso più emblematico è quello di IBM, che ha licenziato 8.000 dipendenti del reparto risorse umane sostituendoli completamente con il sistema AskHR, un agente conversazionale che automatizza il 94% delle attività di routine. “Il nostro numero totale di dipendenti è in realtà aumentato”, ha dichiarato il CEO Arvind Krishna, “perché l’AI ci ha permesso di investire di più in altre aree”.

Il fenomeno non risparmia l’Europa, dove i licenziamenti seguono dinamiche simili ma spesso con maggiore discrezione mediatica. SAP, il colosso tedesco del software, ha annunciato 8.000 tagli alla forza lavoro nel contesto di quella che l’azienda definisce con una “trasformazione del setup operativo per sfruttare al massimo le sinergie organizzative, grazie all’efficienza AI-driven”.

In Italia, la situazione è altrettanto preoccupante. IBM Italia ha annunciato il licenziamento di 85 dipendenti, riducendo la forza lavoro nel paese a 2.368 unità. OpenText ha ufficializzato 1.200 licenziamenti, il 2% della forza lavoro complessiva. UiPath ha programmato una riduzione di 420 unità, il 10% del proprio personale. Ogni annuncio è accompagnato dalla stessa semantica, per non dire retorica: “ottimizzazione”, “efficienza”, “trasformazione strategica”.

Le prime vittime di questa ondata sono state le funzioni considerate “automatizzabili”. I dipartimenti risorse umane sono stati decimati: routine come elaborazione ferie, gestione buste paga, consultazione documentazione dipendenti sono ora gestite interamente da sistemi AI. Anche il customer service sta subendo una trasformazione radicale. Ma la sorpresa arriva dal settore che sembrava più al sicuro: lo sviluppo software. Microsoft riporta che strumenti come GitHub Copilot stanno scrivendo fino al 30% del nuovo codice, riducendo drasticamente la necessità di programmatori junior e di supporto tecnico.

La cosa più sconcertante di questa ondata di licenziamenti è che avviene in un momento di salute economica eccezionale per il settore tech. Microsoft ha registrato ricavi per 70,1 miliardi di dollari nel primo trimestre 2025, con un aumento del 13% rispetto all’anno precedente. Amazon ha visto crescere le vendite dell’11%, raggiungendo 158,9 miliardi di dollari, con un incremento del reddito operativo del 55,6%.  Il fenomeno sta creando anche un effetto domino preoccupante: le offerte di lavoro IT negli Stati Uniti sono crollate del 70% rispetto ai picchi massimi. Significa che non solo si perdono posti, ma se ne creano anche molti meno di nuovi.

L’intelligenza artificiale sta effettivamente sostituendo alcune categorie di lavoro, ma ne sta anche creando di nuove. Le stesse aziende che licenziano assumono anche: Meta, Google e Salesforce hanno aperto centinaia di posizioni per esperti in intelligenza artificiale negli ultimi mesi. Il problema è che questa transizione sta avvenendo a velocità disumana, senza dare il tempo necessario per la riqualificazione professionale. Spesso l’AI viene usata come capro espiatorio per decisioni aziendali scomode. Ma stavolta i dati suggeriscono che il collegamento tra intelligenza artificiale e licenziamenti sia molto più diretto e strutturale.

Secondo il World Economic Forum, l’AI potrebbe eliminare 85 milioni di posti di lavoro entro il 2025, creandone contemporaneamente 97 milioni di nuovi legati all’economia digitale. Servono politiche di riqualificazione professionale, reti di sicurezza sociale più robuste, e forse (anzi, soprattutto) un dibattito onesto su come redistribuire i benefici di questa nuova efficienza.

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