LA LOTTA DEI 35 GIORNI ALLA FIAT

LA LOTTA DEI 35 GIORNI ALLA FIAT

Condividi su

Il 9 ottobre del 1979, la Fiat licenzia 61 dipendenti. Il motivo dei licenziamenti è squisitamente politico: la direzione Fiat intende ristabilire il comando aziendale, e per farlo decide di eliminare i lavoratori più combattivi.

Cgil, Cisl, Uil e il Pci decidono di non intervenire (si saprà poi che erano stati preavvisati dalla direzione Fiat). Il dibattito pubblico viene dirottato sul legame conflitto=violenza=terrorismo (la magistratura lo smentirà in seguito), tentando di associare i cortei e le occupazioni di strade e stazioni al terrorismo.

Ma dietro la foglia di fico del tentato binomio conflitto/terrorismo c’è ben altro.

Lo si capisce un anno dopo, quando la Fiat decide di licenziare 14.469 dipendenti. L’azienda vuole ristrutturarsi, diminuendo radicalmente la forza lavoro ed aumentando la produttività di chi lavora (ci ricorda qualcosa?). E qui comincia la storia ufficiale dei 35 giorni.

La reazione dei lavoratori è immediata. Un accavallarsi di scioperi, cortei, manifestazioni. Le assemblee si sciolgono e si ricompongono, gli scioperi di poche ore proclamati dalla FLM (Federazione lavoratori metalmeccanici) vengono prolungati dai lavoratori. Cortei improvvisati percorrono le vie attorno agli stabilimenti, s’incrociano e si uniscono con quelli, sempre improvvisati, che escono dai loro reparti o che provengono da altri stabilimenti, si spingono verso il centro della città. Netto il rifiuto dei licenziamenti, accesa la discussione sulle forme di lotta. Sui cancelli di Mirafiori si diffonde il ritratto di Marx stilizzato dall’operaio Pietro Perotti, nelle bandiere appaiono scritte inaudite nei paesi occidentali dopo la seconda guerra mondiale: «Proletari di tutto il mondo unitevi».

Dopo 18 giorni di mobilitazione cade il governo Cossiga. La Fiat sospende i licenziamenti ma mette in cassa integrazione a zero ore 23mila operai. Dalla pubblicazione dei primi elenchi si capisce che i cosiddetti “esuberi” vogliono decapitare una generazione operaia, quella dei consigli, quella più attenta al controllo operaio in fabbrica. Come risposta alle liste di “proscrizione”, il Consiglio di fabbrica di Mirafiori approva una mozione che da il via al presidio di tutti i cancelli e chiede alle confederazioni di proclamare uno sciopero generale.

Al trentesimo giorno la Fiat è con l’acqua alla gola e decide di tentare la spallata decisiva. Viene indetta una assemblea dei quadri intermedi (i capi) al teatro Nuovo. Quella che passerà alla storia come la marcia dei capi viene pagata dalla FIAT che ha intimato loro di venire. Le OOSS si rifiutano di indire una mobilitazione contro questa provocazione. I capi vengono fatti venire da tutta Italia, ma non superano i 10-12.000 (prima cifra ufficiale della prefettura). Si accorgono che non c’è contromanifestazione sindacale e organizzano un corteo reazionario e antioperaio. Parte la controinformazione dei giornali organizzata ad arte: il Gazzettino regionale parla di 20mila persone, la Stampa Sera di 25mila ma il giorno dopo li corregge a 30mila, Repubblica spara 40mila. Sarà la cifra ufficialmente ricordata.

Quasi contestualmente, guarda caso, le OOSS trovano l’accordo con la Fiat, che ottiene quanto richiesto: 23mila casse integrazioni a zero ore con generiche promesse (mai mantenute) di reintegro in anni successivi.

Gli stati maggiori delle OOSS (Lama, Carniti, Benvenuto, Trentin, Garavini, Marini) presenziano il Consiglio dei delegati al cinema Smeraldo. Pesantemente contestati dai delegati che votano contro l’accordo, i dirigenti sindacali abbandonano il campo proclamando “non valido” il Consiglio.

Nelle assemblee non andrà meglio, con i contrari in maggioranza. Un’immagine (rimasta impigliata in una pellicola cinematografica) mostra il grande piazzale a Mirafiori, coperto di ombrelli e di uomini serrati l’uno all’altro. Al centro gli operai, sul fondo la folla più rada dei capi e degli impiegati. Carniti dal palco invita a chiudere gli ombrelli, poi mette in votazione l’ipotesi di accordo: “favorevoli?”, alcune decine di mani sul fondo, “contrari?”, una selva di pugni chiusi e di braccia alzate, “astenuti?”, una mano solitaria. Ma, mentre i più vicini già festeggiano, dal palco si proclama: «L’accordo è approvato a grande maggioranza».

Dei 102mila dipendenti del 1979, alla Fiat Auto nel 1984 ne resteranno 55mila. Alle iniziali 23mila espulsioni se ne aggiunsero altre, fino a determinare circa 50mila posti di lavoro perduti.

Quell’immagine rimarrà per sempre a futura memoria delle responsabilità di quella sconfitta. La politica dei sacrifici, varata da Pci e OOSS, prevalse sulla volontà dei lavoratori, producendo una lunga serie di peggioramenti delle nostre condizioni che ancora oggi paghiamo.

Quell’immagine ce la ricorderemo sempre.

Condividi su